Questo articolo, che verrà diviso in due o più parti, sarà il primo di una lunga serie di articoli introduttivi al biocenotropismo. Questa parola, che abbiamo coniato di recente, verrà veicolata in anteprima su questo blog, in attesa di pubblicare i due libri che stiamo ancora scrivendo. E se parlarne sul sito del nostro vivaio sembrerà strano al primo impatto, le piante hanno avuto un ruolo fondamentale per noi e il biocenotropismo. Quindi, per farlo venire alla luce, non c’è luogo più adatto del blog della nostra azienda.

Cercando per anni di dare una definizione quanto più accurata a cosa stavamo effettivamente facendo qui a “La Gallina Selvatica”, non sono mancate occhiatine ammiccanti quando abbiamo incrociato lo sguardo di diverse discipline relative a quelle che chiamiamo “nuove agricolture”: la permacultura primo amore, l’agricoltura naturale di Masanobu Fukuoka tutt’oggi amante segreto, l’agricoltura sintropica una sbandata passeggera, l’agroecologia, e via dicendo. Tuttavia più facevamo comparazioni e più emergevano delle sostanziali differenze, sempre più divergenti. Iniziammo quindi a calmare i bollori amorosi, e a cercare di capire cosa ci stava effettivamente orientando.
Il nostro tema d’eccellenza è sempre stato la conservazione biologica: allevando un super predatore, il Gallus gallus domesticus, e con Lorenzo appassionato di fauna minore fin dalla nascita, non potevano che emergere tutta una serie di questioni pratiche, etiche e filosofiche intorno alla protezione di specie animali e vegetali nelle aree ad elevata gestione umana (antropiche), questioni a cui non abbiamo mai trovato soluzioni puntuali neppure nei libri delle amanti già elencate.

Cercammo quindi di coniare una parola unica per definire il nostro operato, che potesse comunicare in modo tecnico i nostri obiettivi senza lasciarsi alle spalle delle indispensabili sensibilità olistiche, e dopo molti sforzi fortuna volle che Sara Daas, una nostra cara amica appassionata di linguistica, ci desse una mano. Dopo mesi di disquisizioni sulla semantica e sui grandi sistemi, siamo arrivati al dunque: finalmente nel 2023 è nato il biocenotropismo! Devo dirlo, se di primo acchito ci suonava un po’ cacofonico, approfondendone il significato etimologico posso dire che rispecchia pienamente la nostra missione.
Insomma, fu proprio con il bisogno di trasmettere un messaggio, una missione, che potesse essere compresa da tutti attraverso un’unica parola, che coniammo il termine biocenotropismo, ormai più di un anno fa, dopo anni di sperimentazione nel nostro Parco agro-naturalistico “La Gallina Selvatica”, situato in un paesello a nord di Roma. Le ragioni della nostra missione le leggerete in questo blog, ma scoprirete che non ci siamo inventati nulla, perché la biocenotropia è in realtà una proprietà emergente della natura che accade molto di frequente (mentre il biocenotropismo ne è la versione “umana”, un movimento sociale, diciamo, come ogni -ismo).
Alcune “abitudini” della natura sono ampiamente descritte e conosciute in ecologia sotto forma di altri teoremi, come ad esempio la successione ecologica, ma non esisteva (o almeno, non l’abbiamo trovata) una parola che indichi cosa accade quando le specie animali e vegetali in un sistema naturale percepiscono le trasformazioni che avvengono intorno a loro: quando una condizione stabile si modifica improvvisamente si ha la riorganizzazione di intere comunità biologiche, le interazioni tra le specie cambiano, e questo influenzerà tutti i processi, compresa la successione ecologica.
Inoltre era importante, per noi, stabilire quali sono le condizioni che rendono possibili le interazioni tra le specie sulla Terra, così che l’uomo possa sapere con estrema precisione quali azioni evitare, e quali azioni favorire, se vuole riportare biocenosi complesse intorno a sé.

Attenzione, useremo più spesso il termine biocenosi e non così spesso biodiversità, perché il termine biocenosi è più preciso e non si presta a sentimentalismi. La biodiversità infatti rischia di essere presa come metro di misura quantitativo da adottare acriticamente in qualsiasi contesto, ma non ovunque sul pianeta abbiamo habitat quantitativamente ricchi in biodiversità. Perché la biodiversità non funziona per quantità, ma per adattamenti. Quindi non slegheremo più il termine biodiversità da quello di biocenosi qui, perché sono concetti strettamente connessi, e slegandoli si corre il rischio di creare fraintendimenti e manipolazioni.
Quello che ci manca, insomma, è la comprensione ecologica necessaria per ripristinare non la biodiversità, ma la diversità di habitat necessari perché ci sia ricchezza, quantitativa e qualitativa, di biocenosi. Quello che crediamo è che manchi un movimento sociale che risponda concretamente al bisogno delle persone comuni di vedersi dentro la natura, come attori e non solo fruitori, come animali naturali e non solo culturali. Un movimento che ci permetta di fare conservazione dell’ambiente attivamente, ovunque nei territori utilizzati dall’uomo, e non semplicemente creando quelle “aree più selvagge” che cerchiamo invano di proteggere da noi stessi. E non basta neppure l’agro-ecologia, per ottenere questo risultato: per arrivare un giorno ad agire in relazione con il tutto in modo coerente, ogni nostra azione deve essere messa sul tavolo, analizzata, e compresa con precisione nei suoi effetti sul sistema, in termini di ritorno della biodiversità, di conservazione della stessa, e di favorimento delle interazioni tra i partecipanti (le biocenosi, per l’appunto). Questo è quello che fa il biocenotropismo, ed è questo a distinguerlo da tutte le pratiche di gestione del paesaggio conosciute fino ad oggi, ma in sé non mira ad escludere le altre discipline, piuttosto ad integrarle rendendole complete al fine comune di utilizzare il territorio nel modo più eco-logico possibile: è un tentativo di dare dignità alla conservazione biologica dal basso, ovvero fatta dai noi “comuni mortali”, al di fuori di progetti istituzionali e slegati da accademie e associazioni ambientaliste.
Il biocenotropismo è un movimento culturale la cui missione è di riportare la conservazione all’interno dei territori dell’essere umano in modo attivo e dal basso, per presa di responsabilità da parte di singoli o collettività che gestiscono la terra personalmente e in modo non istituzionalizzato. Il biocenotropismo si basa su principi etici e principi pratici stilati a partire dallo studio della biocenotropia, tramite tutti gli strumenti legati alle conoscenze naturalistiche già esistenti, e in fase di sperimentazione. Inoltre, integra le conoscenze delle leggi bio-logiche, essenziali per capire la risposta fisiologica degli organismi viventi alle azioni di disturbo umane, in modo da evitare conseguenze fatali nelle specie da proteggere, o il loro allontanamento dal nostro raggio di azione.
Etimologicamente, biocenotropismo viene da biocenosi (da vita, bíos, e koinós, comune = la comunità eterogenea di esseri viventi che condividono un determinato ambiente) e tropismo, o trépomai dal greco, ovvero la direzione, il volgere verso. Unendo queste due parole otteniamo: la direzione, o il volgere, verso le biocenosi.
La biocenotropia, quindi, è la tendenza ad andare verso queste comunità, che si palesa allo stato di natura come proprietà emergente dovuta alla trasformazione delle condizioni fisico-chimiche (ambientali) di un’area circoscritta. Cito direttamente dal libro che stiamo scrivendo:
”Si dice infatti che biocenosi e biotopo insieme fanno un ecosistema. Il biotopo è il supporto fisico-chimico che accoglie determinati compartecipanti al sistema. Possiamo dire che la biocenotropia si ottiene quando le specie danno a quel luogo, ormai trasformato, un nuovo significato, e in tal senso si innescano interazioni biologiche ed ecologiche inaspettate, o comunque differenti da quelle dell’ambiente circostante, e queste interazioni sono perfettamente logiche e consequenziali all’evento che ha modificato il biotopo.”

Un esempio di facile comprensione può essere la caduta di alcuni alberi all’interno di un bosco: ora la luce può entrare e superare il canopo boschivo, i cinghiali attratti dal tepore del terreno scaldato dal sole verranno a fare bagni di terra, e porteranno magari con loro nuovi semi aggrappati al loro pelo, che cadranno dando vita a comunità di specie tipiche delle praterie. Api terricole, trovando il terreno denudato della sua lettiera e scaldato dai raggi solari, verranno ora a scavare gallerie per fare sviluppare le proprie larve; ne gioveranno orchidee non lontane da lì aumentando le chance di impollinazione. Rettili che prima erano frequentatori occasionali del bosco ora stazioneranno nei pressi della nuova radura per termoregolare; anche gli ortotteri aumenteranno, così gli uccelli, e questi tramite le loro deiezioni depositeranno semi di rovo che in breve tempo formerà dei cespugli. I brucatori, prima solo di passaggio, stazioneranno lì per brucare i virgulti di rovo e il prato ormai formatosi. Da un singolo evento trasformate improvvisamente una serie incalcolabile di specie prima disinteressate al luogo ora trovano proprio lì un irresistibile interesse. Questo le “costringe” a legare rapporti intraspecifici e interspecifici che possono durare nel tempo o essere causa di un ritorno alla condizione precedente all’evento trasformante.
Sono quindi eventi trasformanti (ET) del biotopo a rendere possibile la biocenotropia, e poiché questa ha capacità intrinseche di richiamare nuovi partecipanti, ciò darà luogo a nuove e peculiari biocenosi, che o si stabilizzeranno per un periodo medio lungo, o saranno in continuo mutamento, o invertiranno gli effetti dell’evento trasformante tornando alla fase precedente.
Il biocenotropismo studia questi eventi per comprendere il loro ruolo per la biodiversità: senza eventi trasformanti, il pianeta sarebbe senza dubbio caratterizzato da una biocenosi più banale, probabilmente seguirebbe l’ineluttabile avvicendarsi di specie come suggerito dal modello della successione ecologica, per stabilizzarsi in un climax definitivo. Ma per fortuna il nostro pianeta non funziona così, è un sistema che subisce eventi trasformanti di continuo, e il rischio di banalizzazione non è praticamente possibile, se non in caso di azioni distruttive reiterate per lungo tempo. Ed è qui che entra in gioco il biocenotropismo, in quanto è anche strumento progettuale.
In seguito agli eventi trasformanti la biocenotropia si manifesta e si creano i pattern naturali che rendono possibile la biodiversità. Con il biocenotropismo possiamo riprodurli in ogni contesto in cui le persone vogliano attuare piccole o grandi azioni di conservazione. Queste potranno essere slegate o legate alla produzione agricola a seconda dei bisogni di chi progetta, poiché lo scopo comune sarà sempre la creazione di un insieme corale di elementi viventi, spontanei e introdotti, che entrino in connessione armoniosamente, dando vita ad un pattern diversificato di habitat ad elevato status naturalistico.
I biocenotropisti sono quindi singoli o gruppi di esseri umani che si auto-educano a perfezionarsi nella cura della natura e di tutti i suoi abitanti e che collaborano tra di loro per riconoscere le azioni nocive verso le biocenosi, le azioni favorenti, e consolidare una conoscenza naturalistica che permetta di conservare la natura assicurando all’essere umano di poterne fruire, in quanto specie che ne fa parte e che partecipa alle biocenosi.
Parliamo ora di quali sono i principi del biocenotropismo così come li abbiamo formulati, al momento, sul libro che stiamo scrivendo.
La biocenotropia è qualcosa di nuovo che necessiterà ancora nei prossimi anni di una costante e rigorosa verifica, con sempre nuovi approfondimenti di tipo tecnico ed esperienziale. Per chi è rimasto scettico della spiegazione finora data, può attenersi almeno al suo significato etimologico che racchiude quello che sarà il primo principio della progettazione biocenotropica, ovvero di andare sempre nella direzione delle biocenosi. Far sì che, tramite le proprie azioni applicate sul paesaggio, che sia il giardino di casa o una maestosa azienda agricola, si vada a favore di una sempre maggiore connessione tra le specie locali garantendone la piena dignità. Crediamo che questo sia un proposito accettabile da tutti.

In ogni nostra azione nei confronti di specie animali (genere Homo compreso) o vegetali dobbiamo agire nel massimo riguardo e coscienza della loro etologia, fisiologia, bio-logia ed ecologia:
Non c’è mai stato reale bisogno delle istituzioni per ripristinare la biodiversità, anzi il settore della conservazione rischia di diventare una scusa per rimandare cambiamenti radicali nelle nostre abitudini culturali.
Per evitare fraintendimenti: crediamo che circoscrivere aree a limitata frequentazione sia essenziale, perché stabilisce limiti di territorio fondamentali alla convivenza e alla prosperità di tutte le popolazioni, animali e vegetali. Limiti di accesso ad alcune aree vengono stabiliti anche nelle comunità indigene o rurali che vivono di caccia o altre attività di sussistenza, ma non per compensare il senso di colpa per vivere vite fatte di plastica, bensì per un senso della misura autoconsapevole, autonomo, e libero, per un senso di interdipendenza con il tutto.
I migliori conservazionisti sono sempre state le popolazioni che utilizzano il territorio consciamente, ovvero sapendo esattamente fino a che punto spingersi nel suo utilizzo senza provocarne il collasso delle specie, delle risorse, o il loro inquinamento. Le grandi organizzazioni per la conservazione ricevono abbondanti donazioni per sostenere la creazione e il mantenimento di aree protette, tuttavia i fondi che si impiegano per educare le future generazioni in tale direzione sono pressoché nulli, e concentrati verso la formazione universitaria, specializzata e istituzionalizzata.
Crediamo che le ragioni per l’esistenza di una conservazione biologica guidata dall’alto risiedano in processi storici di accaparramento dei territori che sono stati pienamente sostenuti dalle istituzioni e dagli stati, e andando ancora più indietro nel tempo dagli imperi, e che hanno guidato la completa rottura della nostra relazione con l’ambiente mentre tutti contribuivamo ad organizzare socialità sempre più complesse e meno partecipative.
Inoltre, istituzionalizzare la conservazione fa comodo, perché mercifica la natura e ne impone prezzi per l’utilizzo come per la protezione. Per tutte queste ragioni, che approfondiremo meglio in seguito, il biocenotropista si impegna a sradicare le conoscenze naturalistiche dalla loro posizione elitaria e a ritrovare la propria connessione con la natura nei territori che egli stesso abita.
Sappiamo tutti che per garantire un raccolto in agricoltura è necessario proteggere le colture con reti o recinti elettrificati. Con questo principio non vogliamo escludere tutti quelli che per motivi di necessità hanno dovuto recintare i propri poderi (cosa che anche noi abbiamo dovuto fare). Vogliamo soltanto che sia tenuto a mente che è inutile creare un paradiso per la fauna selvatica e poi impedirgli di oltrepassare i nostri confini.

Compatibilmente con la sostenibilità di dover mantenere un sistema agricolo, dobbiamo cercare di proporzionare le maglie delle reti all’elemento più grande della fauna minore locale, che in Italia peninsulare, planiziale e collinare può essere una Testudo hermanni (circa 10-15 cm), e in Sardegna la Testudo marginata (circa 20-25cm).
Ovviamente la scelta di recinti completamente permeabili come staccionate o filo spinato, o nessuna barriera, saranno perfettamente connaturati a questo principio, a patto che si rispettino tutti gli altri.
Un altro concetto che è emerso dalle nostre osservazioni è che la biocenotropia, essendo spontanea, una volta innescata non può essere manovrata, se non indirettamente attraverso la gestione del fattore che causa la modifica del supporto fisico-chimico. Nel caso si ignori questo fenomeno, si possono accidentalmente o meno dar luogo a veri e propri biocidi minando seriamente la biodiversità locale, fenomeno che abbiamo voluto chiamare effetto “trappola biotica”.
Il fenomeno della “trappola biotica” si ha in quei casi in cui a seguito di un evento trasformante si è avviato un processo biocenotropico e una nuova azione trasformante interviene distruggendo tutti i partecipanti. Facciamo degli esempi.

Un campo viene abbandonato dopo decenni di colture cerealicole: è finalmente terminata un’infinita fase recidivante di eventi trasformanti, e ha quindi inizio la fase biocenotropica. In pochi anni le piante erbacee iniziano a lasciare spazio ad un sempre più crescente numero di arbusti spinosi e giovani alberelli di varie specie, anche la fauna non manca, dal più piccolo mustiolo (Suncus etruscus) al grande cinghiale, e gruppi sparsi di caprioli fanno tappa regolamente per banchettare dei giovani virgulti. Nel folto dei cespugli tassi ed istrici hanno scavato le loro tane, e negli ecotoni più assolati serpenti e lucertole fanno termoregolazione, insomma un vero potenziale piccolo paradiso.

Bene, dopo circa sei anni il padrone del fondo si è accorto che il suo terreno si sta ammacchiando troppo ed è ora di dargli una “ripulita”. Sale sul suo bel trattore cingolato armato di trincia, ed in quattro e quattr’otto dilegua quello che in sei anni è giunto, attratto da quel bel campo abbandonato. Nel migliore dei casi. Nel peggiore dei casi il tutto viene frullato sotto l’impetuoso e vorticoso trincia di acciaio. Come in una qualunque trappola in piena regola, abbiamo attratto (forse) a nostra insaputa una serie incalcolabile di partecipanti (fauna e flora) con relative interazioni biologiche ed ecologiche, ed ecco che, come lo scatto di una tagliola senza neanche il tempo di accorgersene, il trincia azzera tutto uccidendo e dileguando ogni forma di vita più grande di una formica.

L’esempio potrebbe andare avanti, infatti come fauna e flora hanno ripreso i loro spazi nella zona epigea (ovvero fuori dalla terra) anche una innumerevole quantità di insetti, funghi, batteri, animali fossori allo stesso modo hanno colonizzato la parte ipogea (ovvero sotto terra). La devastazione sarebbe finita con il trincia se il proprietario del terreno non avesse preso la decisione di scassare il terreno per ricominciare a coltivarlo, perpetrando l’effetto trappola biotica anche nella sfera ipogea.
Questo avviene purtroppo a seguito dell’abbandono di qualunque attività umana fatta in ambiente aperto. Una piscina abbandonata e ripristinata, scavi urbanistici abbandonati e ripristinati che nel frattempo si erano allagati, ruderi di manufatti ristrutturati, ecc.
Chiaramente, con questo non vogliamo dire che l’uomo non deve avere più diritto a fare nulla. Il biocenotropista, però, dovrebbe avere quella giusta dose di sensibilità naturalistica da scegliere il giusto approccio per permettere un graduale ripristino, incentivando il riassetto delle popolazioni senza causarne un collasso rovinoso, ed una rilocazione di specie botaniche di alto valore conservazionistico, prima di attuare qualunque pratica progettuale agricola o zootecnica, e nelle scelte di queste, meditare a fondo su quale possa nel lungo periodo far tornare il più alto numero di partecipanti possibili.
Il nostro scopo sarà quello di neutralizzare sempre l’eventualità di una condizione di trappola biotica, scegliendo tecniche, strumenti, e periodi di intervento in previsione degli effetti sulla cenosi, ed in caso di impossibilità ad agire neutralizzando il problema, attuare pratiche di ripristino ambientale dopo il nostro operato distruttivo, garantendo una traslocazione temporanea delle specie più delicate, ed una rilocazione in aree limitrofe e non disturbate, o in appositi contesti ripristinati.
Differenziare gli habitat significa aumentare la complessità e la resistenza di un sistema ecologico. Implica uno sforzo culturale e pratico, mirato allo studio dei potenziali elementi naturali che possono manifestarsi in una determinata condizione ambientale, e quindi differenziare gli habitat implica il realizzarsi di quella condizione ambientale tramite una progettazione mirata, ma sempre nel rispetto di habitat e cenosi già presenti.
Il principio del minimo disturbo si rifà alla legge del minimo stimolo di Weber-Fechner, successivamente ripresa da Eva Reich, una legge della fisiologia che per motivi di spazio non citeremo per intero.
In poche parole dice che, per ottenere un reale e duraturo cambiamento adattativo nell’organismo, bisogna applicare lo stimolo più piccolo possibile, in quanto uno stimolo grande ne provocherebbe solo una grande percezione ma un nullo moto di adattamento, perché il soggetto ne rimarrebbe profondamente turbato. In accordo con la legge del minimo stimolo e con la rilettura fatta da Eva Reich, abbiamo osservato che una gestione del disturbo piccola ma costante dà maggiori risultati biocenotropici di un grande disturbo (in totale coerenza con quelli che sono i normali disturbi in ambiente aperto, come la brucatura libera degli erbivori, o il lavorio lento ma costante della pedofauna nello scavare gallerie e destrutturare la sostanza organica). Questo ci dà un’idea della proporzionalità che devono assumere anche le nostre azioni nei confronti di una cenosi preesistente, per mantenerla o per accompagnare una fase di ripristino o di trasformazione funzionale del paesaggio verso un più ampio numero di interazioni biologiche, ad esempio con l’apertura di radure, la rimozione di vegetazione da un pascolo ammacchiato (vegetazione di sostituzione), la manutenzione dei corsi d’acqua, la creazione di nuove aree umide, o la proporzione dei capi in un’area di pascolo. Insomma, tutte le azioni di manutenzione e neoformazione delle strutture ambientali che vogliamo riformare.
Il biotopo è la culla di molte specie, il luogo che racchiude gli habitat di un numero potenzialmente alto di entità viventi. Bisogna progettarlo con dovizia di dettagli, seguendo quello che il paesaggio e le specie target di riferimento suggeriscono.
Nell’ambito della conservazione biologica esiste il concetto di specie ombrello. Si tratta di una specie, presa come riferimento dai tecnici, le cui azioni di conservazione prevedono indirettamente la conservazione di molte altre specie. Nei grandi progetti di conservazione biologica si tende ad attribuire la qualità di “specie ombrello” ai grandi animali, di solito quelli al vertice della catena trofica, tuttavia credo che questo sia riduttivo in quanto è la fauna minore ad essere struttura portante di una catena trofica.
Se penso a cosa guida un tritone crestato ad interessarsi di una determinata zona, mi vengono in mente almeno un centinaio di altre specie connesse a lui e diversi tipi di habitat, da quello acquatico per la fase riproduttiva a quello sulla terraferma per le fasi terrestri, stessa cosa si potrebbe dire per il moscardino (Muscardinus avellanarius), o il cervone (Elaphe quatuorlineata), ecc. E cosa dire, invece, delle piante erbacee: si tende sempre a dare risalto agli alberi e alle formazioni forestali, ma mai si dà risalto alle piante erbacee, specialmente quelle perenni legate ad habitat ormai in via di scomparizione a causa del rimboschimento di antiche aree pascolo ormai abbandonate.
Adottando questo principio per azioni di conservazione in piccoli giardini o grandi appezzamenti di terreno, le specie target che hanno la caratteristica di essere anche “specie ombrello” risiedono nella fauna minore (rettili, anfibi, artropodi e micromammiferi), in quando una o più di queste specie condividono gli stessi habitat e gli stessi predatori. Ad esempio, il rospo comune potenzialmente condivide il sito riproduttivo con tutti gli altri anfibi presenti in Italia (ad esclusione dei geotritoni). Tra le specie botaniche ci sono ad esempio le orchidee, la cui conservazione prevede il ripristino e il mantenimento di intere aree prative, compatibili con l’habitat di molte altre specie, comprese quelle ai vertici della catena trofica.

Conosciamo tutti gli effetti potenzialmente nefasti dell’introduzione di alcune specie in contesti non indigeni: le specie alloctone (ad esempio l’introduzione di pesci in uno stagno o di testuggini acquatiche non autoctone) possono causare serie incrinature nella tenuta di una biocenosi preesistente. Banalmente, anche inserire delle anatre domestiche in un piccolo corpo idrico può causare il dileguamento di tutte le specie prima di allora legate a quel posto. Anche la gallina, compagna bucolica da oltre 8 mila anni, dobbiamo prendere coscienza del fatto che si tratta di un super predatore di piccola fauna. Alcune specie botaniche possono produrre un polline tossico per le nostre api, o fungere da trappola mortale per alcuni lepidotteri (com’è ad esempio il caso di Oenothera speciosa). Il biocenotropista deve sapere come rendere possibile la convivenza tra specie spontanee e specie introdotte, e valutarne seriamente l’impossibilità d’inserimento, onde evitare effetti spiacevoli sulle biocenosi locali.
Oltre a garantire un prodotto, che sia immateriale come la bellezza, o materiale, come del buon cibo, la necessità di introdurre specie non indigene si rivela indispensabile, inoltre è innegabile il notevole effetto biocenotropico che alcune specie non indigene possono generare in un sistema, ma progettare in biocenotropia non significa necessariamente introdurre specie esotiche. Si può realizzare un intero progetto anche solo pianificando la gestione del verde spontaneo, o utilizzando solo specie autoctone. Oltre all’introduzione di specie potenzialmente dannose, il biocenotropista dovrebbe ben valutare se e come attuare una trasformazione sostanziale degli elementi abiotici e biotici. Che sia per fini logistici o produttivi, ogni azione deve passare il vaglio di una maniacale valutazione di impatto ambientale, che non riguarda solo i grandi ecosistemi ma anche i piccoli e soprattutto i piccolissimi. Anche una semplice azione agronomica, come l’incremento di sostanza organica in un sistema prativo xerofilo (xerobrometo), può causare un severo danno alle comunità botaniche del posto e di conseguenza a tutti gli altri compartecipanti a quel determinato habitat.
Questa prima parte dell’articolo presenta solo i principi base che abbiamo già buttato giù, ma potrebbero essercene altri in futuro. Approfondimenti dettagliati sul biocenotropismo saranno sulle pubblicazioni cartacee che faremo, con qualche altro accenno su questo blog, e più il movimento si farà grande più saranno le possibilità di riunirsi e parlarne.
Ci teniamo a sottolineare che non pretendiamo dai futuri biocenotropisti una ligia e pedissequa esecuzione, e neanche che vi sia un riconoscimento scientifico. Fuori da ogni fanatismo ambientalista, il biocenotropismo vuole essere promemoria di quello che dovrebbe essere un agire sacro nei confronti della “madre delle diecimila creature”. Quello che proponiamo vuole invece togliere il velo della complessità dalla sfida della conservazione per suggerire azioni concrete, immediate ed alla portata di tutti. Inoltre, la comprensione della biocenotropia responsabilizza l’individuo nei confronti delle proprie azioni di “Homo faber”, e funge da provocazione per rovesciare un mondo sempre più aggrovigliato nelle proprie leggi economiche e dalla burocrazia: tutte queste regole sono superflue e non serviranno a ricucire la nostra relazione con l’ambiente, semmai contribuiranno a complicarla.
Per finire, non vogliamo essere gli unici attori del biocenotropismo: che se ne parli e che se ne discuta, e chi potrà, nella propria forza fisica e morale, intraprendere la strada nella direzione delle biocenosi, godrà della bellezza e dell’accoglienza di un sistema che non va governato o combattuto, ma semplicemente partecipato.
“Le diecimila creature sorgono ed egli non le rifiuta,
le fa vivere ma non le considera come sue, opera ma nulla si aspetta.
Compiuta l’opera egli non rimane
e proprio perché non rimane
non gli vien tolto.”
Lao Tsu
(Fine prima parte)
Autori: Daniela Di Staso e Lorenzo De Luca
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