
Nell’ambito della gestione biocenotropica del paesaggio senza l’utilizzo di grandi erbivori, ho ipotizzato un sistema di controllo della vegetazione spontanea che diversifica gli interventi in base alla suddivisione specifica delle zone. Le zone individuate nella progettazione biocenotropica rappresentano nicchie ecologiche differenziate per biocenosi e attività antropiche (la nicchia umana); questo approccio schematizza le azioni di gestione della flora spontanea o introdotta per evitare che questa proceda trasformando il biotopo (luogo fisico/chimico-energetico della vita), causando la perdita di quel mosaico di habitat che stiamo attivamente cercando di conservare. Ho denominato questo approccio «gestione a pascolo equivalente».
Il pascolo multispecifico di grandi erbivori, il minimo intervento umano nella rimozione dei cespugli, e il recupero dei prati infeltriti tramite l’antica tecnica del fuoco prescritto rappresentano, oggi come in passato, le migliori pratiche di cura del paesaggio. Efficaci sia sul piano prettamente paesaggistico sia su quello ecologico, questi interventi garantiscono la massima espressione di tutte le nicchie ecologiche necessarie al più ampio ventaglio di specie selvatiche potenziali, sia animali che vegetali. Oggi, chi si trova a gestire una porzione di paesaggio – che si tratti di pochi ettari o del giardino di casa – non riesce sempre a organizzarsi adeguatamente per l’introduzione di grandi animali come vacche, cavalli o pecore. Questa difficoltà nasce da un lato dal timore nel governare animali di grandi dimensioni e dalla paura del non sapere come fare, dall’altro dalle maglie sempre più strette delle normative sanitarie.
Questo articolo vuole essere uno stimolo a osservare i cicli di ogni elemento del nostro sistema e a immaginare un modo di agire che, seppur con mezzi tecnologici, ci può far raggiungere un risultato ecologico tangibile e soddisfacente.

Come saprete, nel biocenotropismo progettiamo puntando al più alto numero di interazioni fra le specie, ma non in senso quantitativo, bensì qualitativo. Le interazioni in natura possono essere di molteplici tipologie: predazione, parassitismo, commensalismo, simbiosi, o interazioni riproduttive, sociali, etologiche, culturali, ecc.

Puntare ad avere, ad esempio, il rospo comune nel proprio podere per fargli predare gli insetti che ci danno fastidio significa puntare a una sola delle interazioni che abbiamo visto sopra. Tuttavia, il successo della lotta biologica non si ottiene con l’immissione di pochi esemplari: essi devono potersi riprodurre, e i giovani neometamorfosati devono incontrare un habitat terrestre idoneo alle proprie esigenze, ricco di prede adeguate e di rifugi – sia diurni sia estivi. Soprattutto, devono poter raggiungere l’età adulta per garantire la generazione successiva, evitando di finire schiacciati sotto i cingoli di un trattore o triturati dall’azione devastante di una trincia a martelli. In questa sintesi piuttosto scarna troviamo tutte le implicazioni di un modello di progettazione e gestione su tutti i livelli.
Entriamo nel vivo della progettazione: al fine di garantire le nicchie ecologiche necessarie a far sì che sia il rospo che tutte le altre specie collegate a lui possano prosperare in un ambiente comunque gestito da noi, è opportuno disporre sul paesaggio gli elementi in modo tale da:






Questa volta invece ci concentreremo sulla manutenzione della vegetazione spontanea.
Le aree a prato
Sappiamo che i prati in natura sono il risultato di fattori, biotici o abiotici, che con la loro azione limitano il progredire delle specie legnose. Senza perderci nell’elenco di tutte le cause possibili, concentriamoci sul fulcro di questo articolo: la gestione a «pascolo equivalente».
Cosa fare nei prati per replicare il più fedelmente possibile l’azione del pascolatore? Vi apparirà banale, ma l’azione più concreta da fare è lo sfalcio con la successiva rimozione della biomassa. Tale operazione deve tuttavia salvaguardare le specie con una biologia peculiare (tra cui le Orchidaceae), che necessitano di concludere il ciclo riproduttivo e devono essere escluse dal taglio e dalla raccolta del fieno tramite preventiva segnalazione in campo. Al contrario, la maggior parte delle specie annuali e perenni risponde positivamente allo sfalcio, producendo nuove fioriture, maggiormente accestite e più basse.

Prendiamo il caso di trovarci, in tarda estate, di fronte a un prato semi-abbandonato e infeltrito, con erba alta e un eccessivo accumulo di erba secca alla base; per evitare o limitare gli effetti della trappola biotica, eseguiamo le seguenti operazioni:


Seguendo questo ordine di azioni, si capisce come un tipo di taglio intermittente, o a strisce per mantenere zone a prato alto, non permetterebbe di focalizzarsi su specie target come le orchidee (vedi immagine in alto). A tale proposito, ritengo molto più facile da gestire un’unica fascia di erba alta permanente al margine ecotonale, sia spontanea sia coltivata (come ad esempio erbacee perenni aromatiche o fiorifere, o un mix di selvatico e coltivato), così da ottenere, oltre all’effetto estetico, anche l’effetto di potenziamento trofico dato dalle abbondanti fioriture. Questa fascia di erba alta dovrà essere gestita con uno sfalcio periodico una o due volte l’anno, o tramite manutenzione ordinaria da bordura fiorita.

Gestione degli ecotoni impiantati
Subito dopo la fascia a erba alta abbiamo la struttura ecotonale, composta, come abbiamo detto, da vari strati di specie erbacee e suffruticose (come Salvia officinalis, Salvia rosmarinus, Lavandula sp.) e successivamente, proseguendo nella direzione del bosco, da piante arbustive legnose (Cytisus sp., Pyracantha coccinea, Crataegus monogyna, Arbutus unedo, Acca sellowiana, Elaeagnus sp.) e piante fruttifere classiche (pesco, melo, susino, pero, ciliegio, ecc.). Questa fascia, che può essere più o meno spessa, dovrà essere manutenuta. Intanto dobbiamo garantirne la fruibilità, quindi prevedere una sentieristica efficiente; inoltre, dobbiamo permettere alle specie introdotte di attecchire senza che la flora spontanea abbia la meglio.


In questo particolare contesto, consiglio di effettuare uno sfalcio di mantenimento costante lungo i sentieri e interventi periodici – una o due volte all’anno – nelle aree interne, mantenendo un’altezza di taglio non inferiore ai 15-20 cm dal suolo. Subito dopo l’impianto, la fascia ecotonale attraversa una fase di transizione e non possiede ancora una vera metastabilità ambientale, uno stato che comincerà a consolidarsi solo intorno al quinto o sesto anno. Per accelerare questo processo, possiamo disporre lungo i margini andane o cordoni di ramaglie di potatura; in alternativa, nelle zone a rischio d’incendio e laddove il suolo sia naturalmente pietroso, possiamo optare per cataste di pietre. Inoltre sarà opportuno contenere con una potatura verde le chiome dei cespugli legnosi, specialmente di piante sclerofille, imitando di nuovo i pascolatori che tenderebbero a passare e ripassare sugli stessi cespugli fino a infittirne la chioma e contenerne l’altezza. Personalmente evito che superino i 150 cm di altezza, in modo da evitare che arrivino a ombreggiare eccessivamente le piante alle loro spalle. Questa azione formerà in brevissimo tempo chiome impenetrabili alla vista: a tale scopo forbici, troncarami e un tosa siepi elettrico o a scoppio sono ideali a velocizzare il lavoro. Questi accorgimenti avranno da subito un immediato effetto biocenotropico locale, favorendo la colonizzazione da parte della piccola fauna e offrendo siti di rifugio e nidificazione a passeriformi come lo scricciolo, l’occhiocotto o il pettirosso.


Gestione degli ecotoni selvatici
Gli ecotoni selvatici boschivi, in Italia, sono per lo più composti da piante sarmentose come il rovo (che spesso forma coltri monospecifiche di notevole estensione) o il lampone, piccoli alberi come il biancospino, il Prunus spinosa, il sambuco, e cespugli come la ginestra, il ginepro e la Pyracantha. Queste fitocenosi sono spesso accompagnate da giovani elementi di specie ad alto fusto in lenta progressione.

La gestione di questi ecotoni, se si vogliono mantenere selvatici, deve essere di puro contenimento; in questo senso, soprattutto sui rovi, è necessario usare le maniere forti, utilizzando il decespugliatore con barra tosasiepi o, per entrare in profondità, con una lama trinciante. Io uso con una certa gratificazione il “macinone”, una lama a otto punte molto pesante progettata proprio a questo scopo.

La gestione degli ecotoni è bene farla dalla seconda metà dell’estate fino a febbraio, così da evitare ogni disturbo all’avifauna che vi sta nidificando. In estate tenete bene d’occhio i possibili nidi di Muscardinus avellanarius che, anche se la cucciolata è ormai autonoma, potrebbe comunque utilizzare il nido come rifugio diurno. Ogni 4 o 5 anni è ponderabile rimuovere un terzo del margine esterno, così da far ringiovanire l’ecotono e renderlo più produttivo in termini di fruttificazione e innescare un nuovo evento biocenotropico.

Gestione delle aree a bosco
Viene facile immaginare come gestire le aree dedicate al bosco: in questo contesto possiamo decidere se gestire l’area con una forma simil-ecotonale, ovvero ricca di arbusti che supportano la crescita dei futuri alberi ad alto fusto (modello sintropico), o tenere tutto “pulito” così da semplificare la manutenzione a soli sfalci periodici a 15-20 cm di altezza dal suolo. In quest’area si può depositare tutta la biomassa che rimuoviamo dai prati (se non la vogliamo usare in altri modi) e il legname, intero o sminuzzato che sia, essendo nei fatti una vera e propria area di naturale accumulo di biomassa.
Gli strumenti di lavoro
Aree a prato: segnalini abbastanza alti per indicare le specie da evitare; decespugliatore con lama piatta o disco; rastrello da fienagione; forca e carriola per la rimozione del fieno; tosaerba a mano o semovente per il mantenimento.
Area ecotonale: tosasiepi o decespugliatore con barra tosasiepi; macinone per rovi e arbusti; decespugliatore con disco per abbassare le erbacee a un minimo di 15 cm dal suolo (in questo contesto non è necessario rimuovere la biomassa sfalciata); forbicioni per contenere gli arbusti e forbici da potatura.
Area boschiva: decespugliatore con disco o macinone; forbici da potatura; forbicioni; sega telescopica; motosega.

Domanda legittima, ma facciamo insieme un’analisi (necessariamente breve, ma spero chiara): purtroppo questa affermazione sottende spesso a una retorica basata sulla visione della “natura selvaggia” che, oltre ad avere origini di stampo colonialista, evoca un paesaggio incontaminato dall’uomo. Storicamente, questo mito ha legittimato l’estromissione di comunità locali e popolazioni indigene, per millenni coevolute con il proprio territorio senza mai separarsene. Tacciate di danneggiare una presunta purezza originaria, sono state distrutte culture estranee alle logiche di sfruttamento, profitto e conflitto della nostra società.
Oltre all’ingiustizia umanitaria che ancora oggi si consuma in molte aree del globo, l’esclusione dell’uomo genera danni gravissimi alla biodiversità. I casi storici lo dimostrano. In India, ad esempio, il divieto della pratica tradizionale del debbio ha provocato, in pochi decenni, un crollo drastico delle popolazioni di tigre, spingendo infine gli enti gestori dei parchi a ripristinare i fuochi controllati. Similmente in Italia, nel PNALM, il venir meno della transumanza delle greggi dalla Puglia alla fine degli anni Settanta ha privato l’orso marsicano di una risorsa trofica fondamentale, garantita da millenni di coevoluzione con la pastorizia. Di conseguenza, molti individui si sono dispersi al di fuori dei confini sicuri del parco alla ricerca di cibo, finendo tragicamente vittime del bracconaggio (Ingegnoli, Bionomia del paesaggio. L’ecologia del paesaggio biologico-integrata per la formazione di un “medico” dei sistemi ecologici, 2011).
Dunque, ad oggi non si può parlare di ecologia se non si include l’attività umana all’interno del paesaggio e, aggiungerei, all’interno della biocenosi, così da assumersi tutte le responsabilità delle proprie azioni. Non dobbiamo tuttavia cadere nell’errore di pensare che, siccome l’uomo è natura, allora sia naturale tutto ciò che fa. Questa retorica viene spesso sbandierata da chi cerca una comoda deresponsabilizzazione, ignorando l’impatto distruttivo dell’economia sulla biosfera o, all’estremo opposto, abbracciando il mito del ‘lasciar fare alla natura’ che, nella realtà dei fatti, si traduce semplicemente nella pratica dell’abbandono.
Lasciar fare alla natura, ad oggi, significa intraprendere una politica di passività, auto-escludendosi. Senza gestione, non potremmo più usufruire neanche delle risorse più essenziali in quanto tutto verrebbe avvolto da rovi, arbusti e alberi che non faranno più crescere erba per il bestiame (né selvatico né domestico), impediranno l’agricoltura, limiteranno la crescita di erbe selvatiche commestibili, aumenteranno le specie più versatili come il cinghiale e i suoi predatori, e daranno vita a incendi devastanti e incontrollati, potenziati da tonnellate di combustibile. Inoltre, scomparirebbero le nicchie di tutte le specie prative e di quelle eliofile, e i piccoli sistemi acquatici si prosciugherebbero per l’eccessiva evapotraspirazione o si ricolmebbero di detriti organici. Insomma, non mi sembra una soluzione valida né verso la visione capitalista, né verso la visione “naturalista”.
Invito quindi tutti a una più approfondita analisi di come stanno le cose, per comprendere che l’uomo ha fatto parte delle biocenosi finché ha abitato il paesaggio naturale fungendo da regolatore ecologico, architetto del paesaggio, ecc.; ora che abita quasi solo l’urbe, deve avere maggiore assennatezza su come vuole affrontare il problema.
L’uomo è natura, ma quello che fa non lo è, non più almeno. Mi spiego: l’uomo che conosciamo oggi è uno dei tanti epifenomeni biologici scaturiti dalla storia, risultato di millenni di autodomesticazione e autodominazione e di una sempre più scarsa interazione con la natura. In pratica, l’uomo è il risultato della selezione indotta dall’uomo stesso, che ha influenzato il modo di sentire, percepire e intendere il mondo secondo logiche che non sono più naturali ma artificiali, superando ormai ogni scala immaginabile. Dunque, l’uomo di oggi non agisce seguendo leggi naturali, ma soggiace a leggi economiche che, come diceva Emilio del Giudice, “sono leggi intrinsecamente patogeniche” (in quanto, potrei aggiungere, incoerenti con le leggi della biologia).
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